Lingue autoctone e professioni linguistiche

Il testo che vi propongo è la traduzione di un articolo apparso sulla rivista Circuit. Qui trovate il testo originale, in lingua francese. Si tratta di un articolo che affronta una tematica di grande attualità e, a mio avviso, di grande interesse.

Lingue autoctone e professioni linguistiche

di Philippe Caignon, terminologo e traduttore certificato

Nel corso dell’Inchiesta nazionale sulle donne e sulle ragazze indigene scomparse e uccise, i lavori della Commissione per la verità e riconciliazione del Canada, e le testimonianze delle famiglie, hanno messo in luce i tanti problemi personali, familiari e sociali che affrontano quotidianamente i membri delle comunità indigene del Canada.

La storia del Québec e del Canada, percorsa da guerre e conquiste, ha segnato profondamente la memoria degli Indigeni canadesi, che siano Métis, Inuit o membri delle Prime Nazioni, e quella dei Canadesi non indigeni. Ciò ha influito sulle nostre culture e sulle nostre rispettive lingue, ma anche sulla percezione che abbiamo gli uni degli altri.

Se può sembrare triste il fatto che la lingua francese in Canada stia perdendo terreno, a beneficio dell’inglese, preoccupa di certo l’imminente rischio di estinzione di alcune lingue autoctone. Nel corso della storia, l’uso delle lingue precolombiane è di fatto stato scoraggiato, a vantaggio delle lingue dominanti del Vecchio Continente. Come se non bastasse, la traduzione e l’interpretazione hanno piuttosto servito gli interessi dei colonizzatori europei, poiché hanno contribuito all’asservimento delle popolazioni indigene nel corso di negoziazioni territoriali volutamente complesse e poco trasparenti.

La traduzione e l’interpretazione sono dei potenti mezzi di comunicazione. Nelle mani giuste, possono cambiare il corso della storia, far risplendere la speranza linguistica e diventare strumenti di riconciliazione. Insieme alla terminologia, possono lottare contro le forze dell’assimilazione e, seppur con molti sforzi, ridare vita a lingue in via di estinzione.

Il presente contributo segue questo approccio in fase di formazione, senza tuttavia cadere nell’utopia. Introduce una riflessione professionale su quanto si sta verificando nelle nostre società, affrontando la questione delle lingue autoctone e del loro rapporto con le professioni linguistiche, come sono state praticate in passato e come vengono svolte attualmente. 

Iniziamo quindi il nostro percorso con un articolo di Karina Chagnon, che analizza il ruolo dei traduttori nella storia canadese e descrive l’impatto che la pratica della traduzione ha avuto sulle lingue e sulle culture autoctone, ma anche sul pensiero coloniale degli euro-canadesi. La ricercatrice esorta le traduttrici e i traduttori a collaborare con specialisti e detentori dei saperi autoctoni, al fine di favorire la diffusione di ciascuna lingua autoctona e aiutare i traduttologi a ripensare le proprie teorie e metodologie, nell’ottica di una maggiore comprensione del ruolo che ha avuto la traduzione nella storia coloniale canadese.

Dal canto loro, Marguerite Mackenzie e Julie Brittain parlano dell’importanza di tradurre da e verso le lingue autoctone. Le due ricercatrici prendono come esempio le lingue algonchine, illustrando come frasi in lingua cree sono tradotte in lingua inglese, al fine di dimostrare la complessità dell’esercizio. Secondo loro, l’allontanamento dei bambini dalla cerchia familiare, determinato dalle Scuole residenziali indiane, ha avuto risvolti devastanti sul piano linguistico, con ripercussioni profonde sulla sintassi e la morfologia. Come se non bastasse, la continua svalutazione delle lingue autoctone ha comportato la mancanza di fonti affidabili che potessero aiutare gli studenti a padroneggiare queste lingue e facilitare il lavoro delle traduttrici e dei traduttori. Le ricercatrici terminano il loro studio mostrandoci come la traduzione contribuisca ora alla sopravvivenza di una lingua in via di estinzione.

Tiffany Templeton ci presenta invece l’haïda, lingua parlata nelle isole Haida Gwaii, nella Columbia Britannica, che appartiene alla famiglia linguistica dei Tlingit ma di cui restano solo una quarantina di parlanti. L’haïda sta letteralmente scomparendo sotto i nostri occhi, ma cosa ne sarà della cultura haïda? Vi sono università che fanno sforzi enormi per salvare questa cultura; ad esempio, degli antropologi hanno raccolto e tradotto alcuni racconti haïda per farli conoscere al grande pubblico… Ma come ricorda la stessa Tiffany Templeton, è anche necessario che tali racconti riflettano la vera natura della cultura haïda. 

Come fa giustamente notare Kathryn Henderson nel suo articolo, la natura di una lingua-cultura autoctona può non armonizzarsi facilmente con quella di una lingua-cultura europea, rendendo così il lavoro di traduzione ancor più problematico, se si vuole rispettare lo spirito stesso della lingua-cultura sorgente. La giovane ricercatrice prende come esempio il pensiero anishinaabe che, diversamente dal pensiero francese o inglese, non differenzia tra maschile e femminile. Di fatto, il problema si pone: come rendere in francese o in inglese un testo scritto in una lingua che non conosce differenza di genere, conservando lo spirito originario? Kathryn Henderson ci propone degli elementi di soluzione.

Anche Akwiratékha’ Martin, traduttore della lingua irochese kanien’kéha, nell’intervista rilasciata a René Lemieux, parla delle difficoltà che devono affrontare le traduttrici e i traduttori autoctoni, e affronta argomenti quali il mercato linguistico, la mancanza di risorse linguistiche disponibili per tradurre e la difficoltà di creare parole nuove a partire da concetti stranieri, a causa della morfologia della lingua.

Dal canto suo, Caroline Mangerel, nella sua rubrica Des Mots, spiega le difficoltà che incontrano i terminologi, i traduttori e i revisori del Quebéc, del Canada e del resto del mondo, nel rendere in francese parole ed espressioni di origine autoctona, specie nell’ambito della decolonizzazione linguistica. Infatti, se tra il francese e queste lingue le regole grammaticali e morfologiche sono diverse, ogni lingua autoctona porta con sé anche regole proprie, che si cerca di rispettare il più possibile. Può la decolonizzazione rivelarsi una fonte di arricchimento linguistico?

Infine, nella rubrica Silhouette di Philippe Caignon, facciamo la conoscenza di Suzie Napayok-Short, traduttrice e interprete inuit. Nell’ambito dell’Inchiesta nazionale sulle donne e sulle ragazze indigene scomparse e uccise, si è fatta portavoce della testimonianza di persone dalle sofferenze morali inaudite. È in questa veste che Suzie Napayok-Short si rivela e ci confida qualche riflessione su questa esperienza psicologicamente difficile.

(traduzione mia)

Pubblicato da Vanessa Bruno

Traduttrice

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