Storie di resilienza linguistica

Presenza e diffusione di anglicismi e forestierismi. Come reagiscono le lingue?

L’anglicizzazione in corso da diversi decenni certo non stupisce più. Anche i fattori che l’hanno causata e quelli che ne permettono lo sviluppo inarrestabile sono ben noti. Tra questi, naturalmente il consenso più o meno tacito delle lingue minori ma anche di quelle che si contendono, insieme all’inglese, il controllo di ambiti del sapere, realtà settoriali e in un certo senso il primato linguistico dei 5 continenti. 

Se la lingua italiana accetta volentieri forestierismi, evitando spesso il calco e persino i prestiti (in questo caso il termine viene adattato alle peculiarità della lingua di arrivo), è interessante invece vedere come lingue quali il francese o lo spagnolo reagiscano diversamente al fenomeno. Parliamo tuttavia, come presumibile, di lingue che hanno numeri ben diversi. Se la comunità di parlanti francofoni si attesta sui 300 milioni, si considera che quella ispanofona conti oltre 550 milioni di parlanti (di cui solo 400 milioni sono madrelingua, contrariamente alla realtà anglosassone, in cui i madrelingua sono in numero inferiore rispetto a quelli per i quali l’inglese è seconda lingua). A confronto, la comunità italofona è costituita da poco più di 71 milioni di parlanti. Questi ultimi comprendono evidentemente non solo quelli su territorio italiano, ma anche quelli sparsi nel resto del mondo, madrelingua di prima, seconda, terza generazione oppure studenti di italiano, che si attestano attualmente sui 3 milioni. L’italiano è così la quarta lingua più studiata al mondo come prima lingua straniera, la terza se la si considera come seconda lingua straniera. Questa micro-comunità, unitamente alle comunità italofone madrelingua di Nord e Sud America, le più popolose (il 40% della popolazione della sola Argentina avrebbe origini italiane, ad esempio), sono pertanto fondamentali alla sopravvivenza e diffusione della lingua italiana nel mondo. 

Ma quale futuro per la lingua italiana in patria?

I pronostici dal Presidente dell’Accademia della Crusca, prof. Claudio Marazzini, che attribuisce grande responsabilità alla società. Quella società che dovrebbe essere più consapevole delle conseguenze dell’accettazione di forestierismi, anglicismi in testa, nella lingua italiana, specie se non necessari. E di esempi purtroppo ce ne sono un’infinità. Nonostante questa propensione agli anglicismi e questa poca attenzione nell’uso della propria lingua (ad esempio con regole grammaticali poco chiare e non sempre applicate), “da fuori” di attenzione ce n’è davvero tanta. Si è da poco conclusa, infatti, la XIX edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, manifestazione che dà un indubbio contributo a quanto già fanno le comunità italofone residenti all’estero. Eventi, iniziative, quotidiani rivolti alle comunità italofone (quella italocanadese o quella italoamericana, giusto per menzionare alcune di queste realtà), perché quando sei “altrove” vai alla ricerca di un senso identitario che ti dia un contatto diretto con le tue radici. Quando sei “dentro”, invece, quelle radici le rinneghi oppure non le senti. Questo va ad influire sul modo in cui reagiamo ai forestierismi che, nel caso italiano, sono decisamente i benvenuti. 

Chissà se questa permeabilità sarà preambolo di un fenomeno inverso, tra qualche secolo…. È quanto accaduto (e accade tutt’ora) alla lingua inglese. Già, perché se l’inglese si sta letteralmente riversando in più ambiti attraverso più canali (specie la tecnologia, il cinema, la musica), ​è bene ricordare che per secoli proprio

l’inglese ha accolto forestierismi, provenienti tanto da lingue antiche quanto da lingue moderne.

Se il latino​ (da cui la lingua francese, ad esempio, deriva per l’80%​)​ è presente solo per il 5-10%, il francese ha plasmato l’inglese moderno per circa il 30%. Il che equivale a quasi i 2/3 del bagaglio linguistico anglosassone!

Le motivazioni vanno ricercate, come spesso accade, negli eventi storici.

​La conquista normanna risale al 1066 e all’epoca non esisteva ancora un’unica lingua anglosassone ma questa altro non era che un crogiuolo di dialetti. I regnanti normanni inaugurarono una stagione di matrimoni con spose francesi, lunga ben tre secoli. Così, mentre il francese diventava la lingua della corte, delle arti, la lingua “alta”, l’Old English era la lingua “rurale”. ​Nacquero poi, col tempo, dei termini corrispondenti derivanti dall’Old English, che però rimasero dei “sinonimi”, senza riuscire a soppiantare quei termini che erano stati importati dal francese e che rimasero di registro più “alto”.​ Il fenomeno a cui si assiste ora (da almeno 2 secoli, in realtà), è “di ritorno”, ovvero termini inglesi derivanti dal francese “tornano” al francese, ma con diverso significato. Non si tratta in questo caso di veri e propri termini inglesi, se guardiamo alla loro etimologia. Se sono ormai noti gli sforzi che i francesi compiono per la “salvaguardia” linguistica, in un intento di difendere la propria lingua dalle ingerenze della lingua inglese, è però spesso ignorato il fatto che quest’ultima si è di fatto formata proprio grazie a forestierismi (abbiamo visto che i francesismi sono entrati in larghissima percentuale), e che la sua presenza nella lingua francese, diversamente da quanto si possa pensare, è solo del 5%. Tali proporzioni, alquanto esigue se si pensa alla situazione inversa, sono possibili grazie ad un’attenzione linguistica, e di riflesso identitaria, dei francesi. Partendo dal fatto che i francesi sono poco inclini ai forestierismi, ma tendono piuttosto a tradurre, anche termini universalmente conosciuti e utilizzati: Il know-how è il savoir-faire, la “nostra” home è la page d’accueil, il mouse è la souris…Ma la lingua francese è preservata anche grazie ad altri espedienti, come ad esempio les dictées (recentemente, è stato persino organizzato un evento dedicato a questa passione-tradizione nazionale), momenti di cultura linguistica molto sentiti dalla popolazione francese. I dettati sono tra quelle pratiche che costituiscono la francofonia, che la alimentano e la rafforzano. E mediante le Journées mondiales de la Francophonie la lingua (e la cultura) francese si autopromuove, sostenuta da un grande senso identitario di cui la Francophonie, pilastro della comunità francofona, si fa portavoce. Forte di una comunità che comprende oltre 100 paesi, da cui trae energia sempre nuova, la francofonia è così un caposaldo della stessa lingua francese.

La situazione cambia ulteriormente se si guarda al panorama ispanofono. Tendenzialmente, lo spagnolo, ma bisognerebbe forse dire il castigliano, difende in un certo senso la propria identità linguistica, optando piuttosto, se non per la traduzione vera e propria, per il calco o il prestito (anziché propendere per los extranjerismos). Sebbene si tratti pur sempre di una scelta traduttiva (quindi appunto di una “traduzione” a tutti gli effetti), il calco rimane però fedele al termine straniero, in quanto traduce letteralmente (questo in linea generale, perché in realtà vi sono diverse tipologie di calco); mentre il prestito è ancor più fedele, in quanto il termine straniero viene preso e adattato alla fonetica e grafia della lingua che introdurrà il neologismo. Ciò è ancor più vero se si guarda al castigliano d’oltre oceano, che risente dell’influenza americana (non solo linguistica!!) più di quanto il castigliano iberico non risenta di quella britannica. Ed è proprio qui che nasce lo spanglish, testimonianza di ciò che la lingua inglese è riuscita a generare tramite influenza su una lingua già esistente: una lingua nuova. Per rendere l’idea delle proporzioni e della portata che può avere oggi lo spanglish, basti pensare che il termine é stato coniato già nella metà del secolo precedente. È lingua di confine, ma oggi più che mai veicola l’ingresso di termini anglofoni nel castigliano. E la Real Academia Española, dal canto suo, prova a reagire al fenomeno con campagne di discreto successo. Sicuramente

lo spagnolo ha poco da promuovere: con la sua presenza in oltre 50 paesi, è la seconda lingua più parlata al mondo e la terza per presenza in internet; oltre a contendersi il secondo posto, insieme a francese e cinese, per seconda lingua più studiata al mondo (al primo troviamo l’inglese).

A questo proposito, è interessante notare l’importanza crescente nel panorama anglosassone, dove gli Stati Uniti la scelgono come prima lingua di studio

Prendendo “a campione” l’italiano, il francese e lo spagnolo, vediamo come gli anglicismi vengono accolti diversamente da queste 3 lingue, che tuttavia hanno delle affinità. A prescindere dalle strategie messe in atto nella gestione di un fenomeno certamente dirompente, sono dell’idea che si tratti tuttavia di un fenomeno non completamente incontrollabile. Lo dimostrano gli strumenti atti a preservare, incoraggiare, favorire l’uso delle diverse realtà linguistiche in contesti altrettanto diversi. Credo che la questione non sia semplicemente “quale” termine favorire, bensì “perché” adottare un termine piuttosto che un altro. La sinonimia perfetta non esiste, nemmeno il traducente perfetto: ogni parola ha la propria personale sfumatura di senso e sta alla nostra sensibilità, in base alla componente culturale predominante in quel contesto, ricorrere al termine che meglio esprime in quel momento il nostro pensiero. È quindi una questione di consapevolezza e accortezza, elementi purtroppo spesso trascurati quando parliamo o scriviamo. Parlare (o scrivere) correttamente è invece di fondamentale importanza, perché è il nostro biglietto da visita e qualunque contenuto può essere efficacemente veicolato se usiamo il giusto linguaggio

Tempo di lettura: 7 minuti

Pubblicato da Vanessa Bruno

Traduttrice per scelta

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